Una rete con Bluetooth

Su due PC, entrambi con sistema operativo Windows  di cui uno solo ha la connessione a Internet. Per navigare in Rete con entrambi tramite una rete Bluetooth. Se si possiede un software in dotazione agli adattatori Bluetooth è possibile farli comunicare ma se manca la connessione Internet su tutti e due i PC. Vediamo come risolvere il problema.

Per prima cosa devi verificare che tipo di collegamento Bluetooth hai realizzato. Tutti gli adattatori Bluetooth possono creare una connessione diretta da usare per lo scambio di file, ma solo alcuni aggiungono nelle risorse di rete una connessione di tipo LAN che supporti anche la condivisione della connessione a Internet. Per verificare la tua configurazione, fai clic sull’icona “Connessioni di rete” che si trova nel “Pannello di controllo” di Windows  e verifica la presenza di una connessione di rete LAN legata alla scheda Bluetooth (di solito ha il nome dell’adattatore Bluetooth).
Se manca, consulta le istruzioni della scheda Bluetooth e verifica se è possibile aggiornare i suoi driver. Quando la scheda di rete Bluetooth è presente e attiva in entrambi i computer, puoi avviare la procedura di “Installazione guidata rete” sul computer che è collegato a Internet e seguire le istruzioni per creare la condivi-
Le risposte dei nostri esperti alle vostre domande sione della connessione. Se incontri difficoltà che bloccano il funzionamento della procedura di condivisione della connessione a Internet di Windows Xp, niente panico: scarica il piccolo programma Analogx Proxy dalla sezione Network del sito Web www.analogx.com, installalo sul PC collegato al modem ed eseguilo dopo esserti collegato a Internet. Sull’altro computer, richiama le Opzioni di Internet Explorer, scegli la scheda “Connessioni/Impostazioni LAN” e metti il segno di spunta nella casella “Utilizza un server proxy”.
 Nello spazio sottostante digita l’indirizzo IP del computer collegato a Internet (normalmente è 192.168.0.1 con porta 6588) e conferma le scelte.

Tutto falso i quasi

False associazioni di beneficenza. False organizzazioni internazionali. Falsi centri di raccolta. False richieste d’aiuto via e-mail. Tutto falso. Tutto tranne i vostri soldi. Tutto tranne i morti. Cominciano così “i giorni dello sciacallo”, l’assalto planetario di coloro che intendono lucrare sul disastro che lo scorso Natale ha spazzato il sud-est asiatico. Come quella, anche questa è un’onda di melma dalle proporzioni ciclopiche e decisa a non risparmiare né il rispetto dei morti né, tantomeno, le buone intenzioni dei vivi. È forse la prima volta da quando esiste Internet, che tutte le polizie del mondo (inclusa la nostra Guardia di Finanza) hanno lanciato un’allerta precisa, congiunta e circostanziata per mettere in guardia gli utenti della Rete da un’ondata di truffe.

 Secondo l’FBI sin dai primi giorni dello scorso gennaio sono state create delle organizzazioni criminali ad hoc, vere e proprie task force, con il preciso scopo di appropriarsi del denaro, delle coordinate bancarie, e delle carte di credito che i compassionevoli internauti vorranno lanciare, a mò di salvagenti, ai superstiti dell’immane tragedia. D’altronde, non c’è sito commerciale, non c’è asta di eBay, non c’è messaggio di posta elettronica che non nomini un ipotetico e generico “ricavato” - quale che esso sia - da devolvere in parte alle vittime del maremoto.
Un frenetico “fai da te”, spesso onesto, che va a mischiarsi con le apparizioni estemporanee dei siti Web di fantomatiche (famigerate?) organizzazioni impegnate a tempo pieno nella raccolta di fondi. E poi “catene di S.Antonio”, richieste individuali di aiuto economico, gruppi di volontariato... mai sentiti prima. Impossibile capire come stiano le cose, dove sia la verità, di chi fidarsi: la melma travolge tutti, in un indefinito impasto che miscela la truffa più becera con una sincera (ma confusa) volontà di aiutare il prossimo. Il lato peggiore della faccenda è che, anche senza l’allerta ufficiale, qualcosa del genere ce lo aspettavamo tutti. Per chi non ha scrupoli, Internet rappresenta una lunghissima canna da pesca dalla quale si possono far sventolare contemporaneamente milioni di ami. E con quale grasso verme conviene ricoprire la punta acuminata di un imbroglio, se non quello della pietà (e del senso di colpa) che tutti proviamo quando qualcun altro (ossia “qualcuno al nostro posto”) viene colpito dal dolore e dalla disgrazia?

Di fronte alla sublime meschinità di questa pesca, l’indignazione serve a poco. Da sempre il male nidifica nel dolore, perché sa bene che l’umana compassione è l’unico “cavallo di Troia” che, prima o poi, ciascuno di noi è disposto a far entrare nel proprio giardino. Ma il crimine vero, quello che non può e non deve essere perdonato, è un altro. Non è di certo la truffa che, su questo pianeta, ha oramai acquisito una sua “dignità”. Il crimine di questi sciacalli è semmai quello di averci fornito nuove scuse per chiamarci fuori, nuove giustificazioni per fare un passo indietro, per riporre la nostra solidarietà in naftalina in attesa di tempi migliori. Se oggi siamo qui a mettervi sul chi va là, ad invitarvi alla prudenza, alla circospezione, a ricordarvi che “fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio”, significa che gli sciacalli hanno già fatto gran parte del male che potevano fare. È triste dover riconoscere che la tecnologia ci aiuta a essere solidali con il nostro prossimo semplicemente perché coniuga la nostra disprezzabile pigrizia con il piccolissimo sforzo che ci viene richiesto per fornire il nostro contributo: un tasto, un link, un SMS ed è fatta.
 Ma è ancor più triste che un pur così grande risultato possa essere compromesso dall’ululato, matto e disperato, di chi, invece, nella tecnologia vede soltanto un “campo dei miracoli” in cui seppellire cadaveri per far risorgere zecchini d’oro.

Esercitare il controllo sul nostro Pc

Da quando esiste l’informatica, uno degli obbiettivi principali dell’industria è sempre stato quello di manipolare il comportamento dell’utenza in maniera da porlo sotto il proprio controllo indiretto. È così, per esempio, che nascono i cosiddetti “standard”, regole che spesso hanno ben poco da spartire con esigenze o vantaggi tecnologici, riducendosi per lo più a strumenti strategici per il controllo e la spartizione dei mercati. Che si tratti di un formato audio, della forma di un connettore o di uno spinotto, di una scheda di memoria, di un driver o di una libreria di istruzioni, il primo effetto di uno standard che riesce ad affermarsi è quello di imprigionare l’utente finale, di condizionarne le scelte, di limitarne la libertà e, pertanto, di trasformarlo in una preda, senza vie di fuga. Ecco perché gli “standard” spuntano come funghi, ed ecco perché coloro che li sviluppano sono disposti ad investimenti stratosferici per sostenerli, spesso a dispetto del buon senso e dell’auspicabilità tecnica, impegnandosi in lunghe guerre campali contro i concorrenti. Negli ultimi cinque anni, la battaglia per il controllo dell’utenza si è spostata dal terreno degli standard a quello, ben più efficiente, della “colonizzazione dei computer”. Gli operatori del mercato si sono dati (e si stanno dando) un gran da fare per tentare di insinuarsi, con passo felpato, all’interno dei nostri PC.
 La connessione alla Rete si è trasformata in una sorta di “backdoor” legalizzata che viene mantenuta perennemente aperta e operativa: si dice che solo la calcolatrice di Windows non senta la necessità di scambiare dati con l’esterno. Ma non ci giurerei. Oggi il semplice collegamento ad Internet costituisce un’esperienza seriamente ansiogena, e non tanto per paura di un “sano hacker dichiarato”, quanto per il timore che qualcuno, magari in forza di un misterioso contratto da noi sottoscritto con un clic distratto, si senta in diritto di visitare i contenuti del nostro computer. E anche di dare un’aggiustatina qua e là.
 L’industria sta cercando di abolire il concetto di “domicilio altrui”, come se non fosse più in grado di concepire una riga ben precisa che separi “casa sua” da “casa nostra”. Ne deriva che i produttori - di contenuti o di hardware - cominciano a sentirsi legittimati a comandare a distanza i computer degli utenti per raggiungere fini propri. O, se preferite, ribaltando i termini dell’equazione, sembra stiano seriamente tentando di limitare il controllo che noi possiamo esercitare sul nostro PC. Si tratta di una “rivoluzione strisciante” che viene regolarmente spacciata come un insieme di iniziative a tutto vantaggio del consumatore.
 Una tecnica che ricorda quella adottata dal salumiere che infila una decina di fogli di plastica tra le fette di prosciutto, qualche istante prima di pesarlo, “per meglio proteggere l’inimitabile fragranza del San Daniele”. Gia oggi sono disponibili sul mercato i primi computer dotati di dispositivi TC, un acronimo che sta per “Trusted Computing”, qualcosa che in italiano potrebbe suonare come “informatica affidabile”. Si tratta di uno standard (eccolo là) ideato da un grande consorzio di produttori hardware e software con lo scopo dichiarato di aumentare il livello di sicurezza dei PC. In realtà è lecito temere che l’unica sicurezza che questo dispositivo intenda tutelare sia quella relativa al fatturato dei produttori stessi. In soldoni tutto ruota intorno ad un chip installato sulla scheda madre, il TPM (Trusted Platform Module), che identifica univocamente il computer ed il suo possessore e si mantiene in costante collegamento con l’azienda produttrice tramite la Rete. Dunque, anziché infilare nei PC dei DRM nascosti o qualche banale programma “simil-spyware”, si tenta il salto di qualità: inserire fisicamente dentro al case una sorta di microspia in grado di intervenire sul funzionamento del computer.
 Ecco allora che si potrà impedire al PC di far girare questo o quel software non autorizzato, di duplicare questa o quella canzone, di accedere a questo o a quel sito... E chi più fantasia ha, più diritti violi. Insomma i produttori di hardware vogliono far propria la filosofia già adottata da chi produce software, cinema o musica: non vogliono vendervi un computer, bensì concedervi soltanto il permesso di farne certi usi. E per aiutarvi a non disubbidire, il vostro PC lo controlleranno loro...

Pulizia del computer

Puliti dentro, belli fuori Ora che tutto brilla, lavatevi le mani e asciugatele bene (!)… E, se ve la sentite e avete una certa dose di dimestichezza con l’hardware (altrimenti lasciate perdere), preparatevi a soffrire ancora. Perché c’è la pulizia interna. Scollegate la presa dell’alimentazione e aprite il case. Se non avete mai pulito l’interno del PC e se la macchina è vecchia e posata sul pavimento, vi troverete davanti ad un “bottega degli orrori”, con fiocchi di polvere sparsi ovunque e mostruosi agglomerati di pulviscolo saldamente ancorati a ogni componente. A parte lo sporco in sé, sempre brutto da vedere, la rimozione delle polveri (che andrebbe fatta almeno ogni 4-6 mesi) ha funzioni precise. Si evita una riduzione della potenza del
processore, si prevengono i guasti del sistema, si evitano fastidiosi tempi di ripristino, si risparmiano i costi di riparazione, si allunga la vita del computer. In sostanza il problema principale è che la polvere intasa le ventole e le griglie di dissipazione, con due effetti concomitanti. Il primo è legato al fatto che ventole possono veder ridotta la propria velocità di rotazione, disassarsi (con possibile rottura) o bloccarsi completamente, azzerando in questo caso il ricircolo dell’aria all’interno del PC, soprattutto in prossimità dei dispositivi più delicati (il processore e la scheda grafica). Il secondo effetto è legato alle incrostazioni di polvere (sì, sono proprio incrostazioni) nelle lamelle dei dissipatori passivi. La sporcizia genera un indesiderato effetto di coibentazione, e riduce la capacità dei circuiti di raffreddamento di cedere calore all’aria (che già circola male a causa dell’appesantimento delle ventole). Quello che non può mancare nella vostra cassetta degli attrezzi è: un buon aspirapolvere a bassa potenza, aria compressa e i soliti bastoncini per le orecchie. Tolta qualsiasi fonte di alimentazione elettrica e aperto il case, scaricate l’elettricità statica dalle mani appoggiandole su un grande oggetto in metallo, magari un calorifero. Bloccate delicatamente la ventola della CPU con una penna o una matita, e pulite quello che potete con un pennello morbido. Non avvicinate l’aspirapolvere alla ventola, e limitatevi ad aspirare da una certa distanza la polvere rimossa con il pennello: usate direttamente l’aspirapolvere solo sul fondo del case, e solo se si tratta di un modello a sviluppo verticale (tower), senza avvicinarvi alla scheda madre. Altra cosa importante: se non lo avete già fatto, raccogliete i cavi accorpandoli tra loro.
Consigliamo di legarli con fascette in plastica, che potete compare per pochi centesimi in un negozio di ferramenta, o con nastri di velcro, un po’ più costosi ma regolabili e rimovibili. Questa operazione, oltre a conferire un aspetto più ordinato all’interno del PC e a facilitare l’accesso alle componenti, assicurerà una migliore circolazione dell’aria all’interno del cabinet. Passate poi alle ventole generiche e ai dissipatori, facendo il “lavoro pesante” con l’aria compressa, aiutandovi con un pennellino, e utilizzando l’aspirapolvere a distanza per impedire che la polvere rimossa ricada altrove. Per pulire le ventole della scheda grafica, se esposte, dovrete probabilmente smontarla: fastidioso, ma ne vale la pena. Anche in questo caso lavorerete di pennellino e aria compressa. Per quanto riguarda i dissipatori passivi (soprattutto quelli della CPU), se la polvere vi si è depositata da molto tempo, potrebbe rivelarsi saldamente abbarbicata alle lamelle. In questo caso dovrete ricorrere anche ad un uso attento e meticoloso dei soliti Cotton Fioc… Compiute queste operazioni potete rimontare tutto e chiudere il PC, sicuri che il futuro della vostra macchina sarà più brillante. In tutti i sensi.
“La sporcizia sulle tastiere è sicuramente una realtà.Anche in ospedale, e persino in sala operatoria, dove questi apparati sono molto presenti, il problema è sentito.Tanto che alcune industrie presentano tastiere completamente igienizzabili, che si possono immergere”, spiega Michele Lagioia, vicedirettore sanitario dell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) e specialista in Igiene e medicina preventiva. “In ufficio la situazione è diversa, in quanto gli addetti alle pulizie sono spesso esortati a non toccare le apparecchiature.Del resto la tastiera, data la sua forma, è difficilmente pulibile.In ogni caso, se pensiamo al PC di casa, toccato solo da noi, notiamo che il problema deriva soprattutto dalle nostre mani, che si portano dietro vari tipi di sporco. Basterebbe lavarle più spesso per scongiurare gran parte dei rischi.Devo anche dire che tutto quello che si deposita sul computer, contaminanti fecali, influenza, clamidia, micoplasma, stafilococco aureo eccetera, se arriva da noi e torna a noi, è relativamente poco pericoloso”. Non possiamo autoinfettarci… Cosa dire con la pandemia alle porte? “Larga parte dei piani contro l’influenza A H1N1 prevede anche l’igienizzazione dei PC. I consigli dei produttori di disinfettanti e altri prodotti per pulire i computer devono trovare riscontri presso gli utilizzatori.Tanto più che, lo ripeto, basta lavarsi bene le mani e usare per la tastiera un disinfettante a base di alcol, o ammonio o clorexidina.Sul lavoro bisogna che le imprese addette alle pulizie abbiano input precisi su cosa pulire e come pulirlo”. Rilancia Piercarlo Salari, pediatra, ricercatore, pubblicista e formatore di medici: “I tasti in genere sono collettori di microrganismi anche per attrazione elettrostatica.Gli interstizi sono caldi e lo strato che si crea, magari composto da residui di trucchi e cibo, crea un habitat ideale.Se più persone usano la stessa tastiera e non osservano qualche norma igienica, il rischio aumenta.E il rischio si chiama soprattutto clamidia”. Di cosa si tratta? “Di un’entità a metà strada fra un batterio e un virus, di un patogeno intracellulare: penetra fisicamente nelle cellule stesse. Dunque per curarlo servono antibiotici specifici.Colpisce soprattutto l’apparato respiratorio e l’occhio, con forme che tendono a cronicizzarsi”.I sintomi? “A livello oculare abbiamo lacrimazione, secrezione, fastidio alla luce, disturbi della concentrazione e a volte pus.Per l’apparato respiratorio parliamo di infezioni alle tonsille e di una subdola forma di polmonite”.

Igiene del Computer

Una soluzione particolarmente avanzata per mantenere l’igiene “sulla scrivania di lavoro” è quella di adottare una strumentazione sottoposta a trattamento antibatterico. La tecnologia utilizzata più comunemente è quella degli ioni d’argento, la medesima che si ritrova anche in oggetti di uso comune come rasoi per la barba o spazzolini da denti.
Si carica un vettore con argento in forma ionica e quindi si lascia che questo effettui uno scambio ionico con l’ambiente circostante: gli ioni di argento, lasciano il vettore e il loro posto viene preso dagli ioni di qualche altra sostanza. I batteri inglobano gli ioni d’argento che ne distruggono le pareti cellulari e ne bloccano il metabolismo.. Si tratta di una tecnologia già adottata nel settore dei computer portatili, in particolare da Samsung (www.samsung.it), azienda all’avanguardia sotto questo profilo.
Il netbook Samsung NC20 KA01, per esempio adotta la tecnologia Silver Nano, basata proprio sugli ioni d’argento, per impedire il proliferare dei batteri sulla tastiera. Analogo trattamento è stato riservato alla tastiera del notebook Samsung Eclipse R610. D’altronde, già nel 2005, la stessa azienda aveva sviluppato l’SGH-E620, il primo cellulare autodisinfettante e anti-fungo. La coreana Elecom (www.elecom.co.jp) produce invece mouse antibatterici, ricoperti da una speciale pellicola di plastica che impedisce ai batteri e ai germi di trovare terreno fertile per riprodursi, ha affrontato il problema dell’igiene dalla tastiera seguendo un altro approccio.
 Produce dei sofisticati copri-tastiera in silicone che, pur permettendo di digitare in tutta comodità, impediscono che qualunque tipo di sporcizia vada ad insinuarsi tra un tasto e l’altro. Oltre ad essere lavabili con acqua, questi “scudi” in silicone sono trattati con Microban, una protezione antimicrobica.

consumo di un computer

Se il vostro computer è particolarmente datato o difficile da aggiornare, la soluzione più pratica per risparmiare energia potrebbe essere... sostituirlo con uno nuovo. In questo caso, è possibile impostare le proprie scelte fin dall’inizio in direzione di una maggiore ecocompatibilità. La prima cosa da tenere presente è che un notebook, da un punto di vista dell’utilizzo dell’energia, è molto più efficiente di un computer da tavolo. Molti modelli, a parità di potenza di calcolo sviluppata, arrivano a consumare appena un quinto dell’equivalente sistema da tavolo.

 Ovviamente, ci sono pro e contro. Il notebook, in particolare, presenta limitazioni all’espandibilità e alla configurabilità che per molte persone sono ancora inaccettabili. E anche sul fronte delle prestazioni pure, la maggior parte delle macchine in commercio soffre di pesanti limitazioni, soprattutto nella parte grafica; anche se nei modelli più recenti l’utilizzo di tecnologie come SLI (Scalable Link Interface) ha consentito di aggirare l’ostacolo, montando in parallelo due schede grafiche da attivare secondo necessità.
Inoltre, a carico dei notebook ci sono problemi di ergonomia e, inutile negarlo, di costi: il portatile costa in genere parecchio di più di un desktop equivalente.
Se quindi non siete tipi da notebook, la prima alternativa sensata è un miniPC. Le macchine appartenenti a questa categoria, inaugurata da Apple con il suo Mac mini, sono contenute in chassis di ridotte dimensioni e utilizzano componentistica derivata da quella dei portatili.

Le limitazioni di spazio, che impediscono di montare grossi dissipatori, hanno costretto i produttori ad adottare su queste macchine CPU ad alta efficienza, che a seconda dei modelli vanno dai più potenti Core 2 Duo ai più economici VIA C7 e similari. Di fatto quindi della categoria fanno parte macchine anche molto diverse per prestazioni, ma tutte caratterizzate da consumi energetici sufficientemente bassi (anche meno di 40 W) da consentirne l’uso continuativo 24 ore su 24 a costi limitati. Se poi la potenza di calcolo non è un fattore critico, le macchine appartenenti alla categoria dei nettop sono le candidate ideali al ruolo di computer risparmioso.

Il consumo di un computer

occhio allo spreco

Occhio allo spreco ridurre il consumo dello stand-by

Nelle nostre case proliferano da tempo i telecomandi. Difficilmente in soggiorno ce ne sono meno di tre, ma c’è chi si ritrova con sei o sette di questi scatolotti. A ogni telecomando corrisponde un apparecchio che è sempre acceso. Già, perché per rispondere al segnale di accensione inviato dal telecomando, il dispositivo deve in realtà avere alcuni circuiti già alimentati. Il classico “LED” rosso del televisore è lì appunto a dimostrarlo.
consumo dello stand-by


Ora, se l’apparecchio è ben progettato, i circuiti sotto tensione in modalità stand-by saranno pochissimi: in pratica l’alimentatore e la logica di controllo del sensore a infrarossi. Ma spesso le cose non stanno in questo modo: per esempio, in alcuni apparecchi si tengono sotto tensione anche altri circuiti per far sì che si passi dallo stand-by al funzionamento completo in un tempo brevissimo (funzione spesso chiamata “instant on”, accensione immediata).
 Questi apparecchi consumano energia anche da spenti in modo non indifferente. Così, non è infrequente imbattersi per esempio in televisori che consumano, in stand-by, circa 5 Watt. Se cominciate a sommare televisore, lettore DVD, impianto stereo, decoder satellitare eccetera, è possibile che vi ritroviate con un consumo di 30/40 Watt con tutti gli apparecchi “spenti”. Un po’ come lasciare una lampada sempre accesa, che siate in casa o no, che sia giorno o notte.
Per aggirare il problema senza rinunciare alla comodità del telecomando, l’industria ha partorito una soluzione chiamata in gergo “stand-by killer”: un apparecchietto, di fatto una presa telecontrollata, da inserire fra la presa a muro e i dispositivi in stand-by. Essa permette di spegnere definitivamente tutti i dispositivi collegati, e di rimetterli in stand-by con il solo tocco di un pulsante (a volte appunto via telecomando; lo stand-by killer comunque ha un consumo prossimo allo zero). Sfortunatamente, si tratta di una soluzione valida solo se davvero gli apparecchi da controllare presentano un elevato consumo da spenti.Per capire perché, basta fare due calcoli.
Lo stand-by killer viene in genere venduto a circa 20 euro. Con la stessa cifra si acquistano circa 100 kWh di energia. Se il vostro apparecchio consuma 5 W in stand-by, per consumare 100 kWh impiegherà circa ventimila ore, ovvero due anni e tre mesi di stand-by. Non c’è dunque convenienza economica a dotarsi di uno stand-by killer, a meno che gli apparecchi controllati non presentino un consumo ben superiore: con 20 W, per esempio, calcolando 20 ore di stand-by al giorno bastano circa 8 mesi per pareggiare la spesa e iniziare a risparmiare.

consumi in stand-By


Gli stand-by killer sono facilmente reperibili nei negozi di elettronica di consumo (in foto il DynaMax DML- 808). Il loro impiego è auspicabile per la riduzione di consumi, ma non aspettatevi di rientrare dell’investimento se non avete dispositivi che consumano molto in modalità stand-by

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