domenica 5 febbraio 2012

IMMIGRAZIONE E CRIMINALITA’

IMMIGRAZIONE E CRIMINALITA’

-LE TEORIE CRIMINOLOGICHE-

Le principali teorie sociologiche, da me considerate, sviluppate per analizzare il comportamento deviante degli immigrati sono 3:
1. Teoria del conflitto di culture;
2. Teoria della tensione e della privazione relativa;
3. Teoria del controllo sociale;

La teoria del conflitto di culture è stata elaborata dal sociologo americano Thorsten Sellin, intorno agli anni ’30.
Al centro di tale teoria vi è il concetto di “conflitto”, che può essere primario o secondario. Partendo dall’assunto che ogni società sviluppa una propria cultura, si ha un conflitto primario nel momento in cui si registra uno “scontro” tra due culture diverse; si parla di conflitto secondario nel caso di contrasti all’interno della stessa cultura; il che diventa tanto più frequente quanto più si sviluppa una maggiore differenziazione, cioè una moltiplicazione delle subculture presenti all’interno della stessa società.
Quando è possibile che emergano i conflitti primari?
Ciò può avvenire tra zone contigue che hanno culture differenti;
nel caso di sottomissione di una cultura ad un’altra, e di conseguente imposizione delle norme della cultura dominante alla cultura soggiacente;
nel caso, e questo è quello che in questa sede ci riguarda maggiormente, in cui i componenti di un gruppo emigrano in un altro che abbia norme di condotta molto diverse .
Chiarificanti, appaiono, in questo caso, le considerazioni svolte a proposito del costume tipicamente siciliano della “fuitina”, che determinò l’arresto di molti giovani siciliani inconsapevolmente accusati di ratto di minore.
Risultano essere molto interessanti i risultati di un indagine in base alla quale i giovani ungheresi che commettevano furti venivano severamente condannati dalla comunità di appartenenza, ma altrettanto approvati se questi rubavano il carbone dalla ferrovia per uso domestico. La ragione di questa tolleranza affonda le radici nel tempo, infatti, i contadini ungheresi avevano per secoli goduto del diritto di far legna da ardere nella tenuta del signore. Ma quando dal 1848, con l’emancipazione dei servi della gleba, il signore feudale perse la proprietà del villaggio, conservando solo quella dei boschi, la situazione cambiò. Privati dell’antico privilegio, i contadini finirono per imporre ai signori il diritto di “rubare” loro una certa quantità di legna secca così, quando emigrarono a Detroit, questi portarono con loro tale regola, trasferendola al carbone della ferrovia.

Quindi, in base a quanto sostenuto, nel suo complesso, da tale teoria, non è corretto definire deviante l’individuo, in quanto questi continua ad essere fedele alle norme nelle quali egli stesso ed il suo gruppo di appartenenza si riconoscono.
Per la teoria delle tensione e della privazione relativa, si ha una sorta, potremmo dire, di “gap” fra gli obiettivi di successo economico che vengono posti dalla cultura dominante, e la frequente impossibilità di raggiungerli seguendo le vie riconosciute legalmente; il che risulta essere vero,a maggior ragione, per gli individui appartenenti alle classi sociali più in basso. Alcuni di questi individui, tentano, così, di raggiungere tali obiettivi in ogni modo, cioè anche seguendo le vie illegali.
Quindi, se un soggetto commette reati, se ruba, rapina o uccide, secondo quanto sostenuto da tale teoria, lo fa perché è spinto da un’intensa frustrazione provocata dallo squilibrio esistente fra la struttura culturale dominante, che definisce le mete verso le quali tendere ed i mezzi con i quali raggiungerle, e la struttura sociale, costituita dalla distribuzione effettiva delle opportunità necessarie per arrivare a tali mete con quei mezzi.

Attraverso la considerazione dei fattori economico culturali della devianza, è stato possibile spiegare la differenza che si è registrata, nel nostro Paese, tra gli immigrati del Nord rispetto a quelli del Sud; è stato rilevato, infatti, che sia gli immigrati regolari che quelli irregolari violano più frequentemente le norme al Nord che al Sud. Per quanto paradossale questo possa sembrare, (date le più favorevoli condizioni del mercato del lavoro, le maggiori possibilità di trovare una casa, di conseguire una discreta retribuzione al Nord), le ricerche più serie hanno posto in luce che per gli extracomunitari vi sono maggiori possibilità di inserimento nell’area meridionale del Paese. Qualche studioso ha correlato tale situazione alle affinità culturali tra alcune popolazioni e la popolazione meridionale autoctona; così il basso livello di criminalità dei tunisini in Sicilia, è stato spiegato come l’effetto di una sorta di omogeneità culturale tra il Paese di origine e quello di arrivo. Generalizzando una tale ipotesi si potrebbe ritenere che per i nord-africani le aree meridionali del nostro Paese siano più vicine a loro anche culturalmente.  “ Molti di questi migranti sono giovani istruiti, provenienti dalle aree urbane dove sono stati socializzati ai valori consumistici occidentali, spesso dalla televisione o da altri mass-media.
Molti appartengono alle élites intellettuali dei Paesi di origine.
Essi sono coinvolti nella rivoluzione delle aspettative crescenti del mondo sottosviluppato e sono in cerca non di lavori, ma di alti redditi e di standards di vita occidentali, in termini sia di libertà sociale che di consumo ”.
Invece di porci la tipica domanda di tutti gli studi criminologici:
  che cosa è che fa delle persone dei criminali?


    A cura  
dott. Cinzia Capua Lombardi

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